Forte

Sicuramente,

nell’angolo rinforzato a prova di ogni assedio,

hai nascosto quel sorriso

custodito fino al limite estremo della confidenza,

pronto e non usato, in quella limpida evenienza.

In cui, felice, avresti potuto rispondere al saluto.

Avresti dato prova di accoglienza,

e invece hai dimostrato d’esser chiuso.

Immagino la timidezza proprio come un fortino, chiuso e difeso da barriere.
Un saluto, un po’ arrossito. Max.

Compromesso

Coscientemente

compromesso

con l’esistente.

Sensazione presente, e persistente,

l’essere ceduto

senza permesso e senza paura,

ad un destino gelido e perdente

dalla mia matrigna natura.

Per questo cerco il patto,

il sentimento collettivo,

che mi riporti finalmente

a respirare.

Mi riporti finalmente

sopra quella superficie

di lacci, specchi ed apparenze,

che non m’appartiene,

né mai avrebbe dovuto.

Un saluto. Max.

Incontro

sedie rosse

Non so incontrare la Primavera – con distacco –
Sento l’antico desiderio –
Un’Urgenza a un protrarsi, mescolata,
Una Licenza d’esser bella -Una Competizione nei miei sensi
Con qualcosa, nascosta in Lei –
E quando svanisce, il Rimorso
Di non aver visto di più di Lei

– Emily Dickinson –

Era il mattino triste di un giorno per molti altri senza particolari definizioni.

Ci tengo a definire i giorni. Serve a dare un aggettivo alle mie giornate, anche quando non è calzante. In fondo, a che serve dare un aggettivo se non a specificare qualcosa partendo dalla testa di qualcuno, per poterla definire meglio in base alla propria coscienza? Mi spiego: definisco le cose come voglio, perché l’esperienza è mia, e comunque vada rimarrà a me.

Uscivo di casa per andare a lavoro come tutte i martedì mattina uguali a quel martedì mattina (benché diversi, vedi sopra). Bicicletta, 4 kilometri e poi armadietto, cambio e inizio giornata lavorativa. Ufficio, bar, ufficio. Mi occupo, per la maggior parte del tempo, di risolvere problemi già risolti da altri. Sono micro problematiche che necessitano di una spinta per proseguire. Praticamente una consulenza, se non comportasse, qualsiasi cosa io dica, una assunzione di responsabilità. Tutto sommato semplice, sommando cioè tutte le volte che ho la necessità di studiare e approfondire qualche argomento: spesso, ma sono sempre argomenti dall’irrisoria complessità.

Un messaggio sul cellulare mi permette di sconfessare la definizione di giornata triste, anzi ribaltarla.

Probabilmente non c’è veramente nulla più intimo di un semplice “come stai?”. Forse sì, ma rimanendo nell’ambito delle domande brevi per interessarsi al prossimo credo seriamente che si svilisce troppo spesso questa semplice domanda. Riflettiamoci un attimo: più personale di chiedere la situazione del tuo prossimo, la sua valutazione sulla propria condizione.

Con lo stesso, se non superiore, numero di sottintesi e di significati più o meno palesi, racchiudendo comunque il senso vero e genuino dell’interesse di una persona verso l’altra, c’è soltanto un’altra domanda: “hai mangiato?” Anche qui, a volersi chiedere il motivo della necessità di questa informazione, c’è da rispondersi in un solo modo, che c’è interesse. Interessa informarsi sul soddisfacimento di bisogni primari. Interessa sapere se si ha avuto accesso ad un momento essenziale per se stessi, un angolo interno a questo estroverso mondo durante il quale permettere a se stessi di fare qualcosa di esclusivo: nutrirsi. Pranzo, cena, merenda, spuntino o una semplice caramella. Tu che ti prendi cura di te stesso, ecco cos’è mangiare, e se ci pensate sono le persone che ci vogliono più bene a chiedercelo la maggior parte delle volte.

Il breve testo sullo schermo chiedeva solo questo, “come stai?”

La giornata prendeva immediatamente il decollo, e la conversazione di ieri sera assorbiva istantaneamente l’intera mia capacità di analisi e valutazione. Non riuscivo a pensare ad altro. Dodici minuti il tempo impiegato ad arrivare a lavoro, la solita calma con l’aggiunta della distrazione necessaria a ripercorrere anche visivamente le righe di conversazione digitale della sera prima. Risposi: “ancora assonnato” e ripresi di slancio con la voglia di far passare in fretta quella giornata per tornare a raccontarsi di tutti quei dettagli microscopici che rendono la vita più tonda, piena e saporita.

«Ciao, ancora al PC? È tardi!» Finalmente mi lampeggiava il messaggio sullo schermo.

«Stavo aspettando una risposta da una persona che conosci…»

«Ah sì? Se mi dici chi è, forse posso intercedere.»

«Mah, sai, è una persona a cui tengo e di cui stimo molto il punto di vista.»

«Sembra una roba seria»

«Già ma continua a non rispondere…»

«Forse non vuole»

«Allora mi devo ricredere su qualcosa.»

«Dai, sì, va bene!»

Ricostruendo lo scambio di battute, forse c’era un po’ di titubanza, ma entrambi sapevamo che non c’era altro sbocco. Avevamo rifiutato il confronto live telematico, perché volevamo tenerci strette le nostre impressioni fino al “momento della verità”.

Come qualcuno diceva: non ci è dato avere la seconda occasione di una prima impressione. Per questo motivo abbiamo scelto di incontrarci di persona prima di dover associare l’idea alla realtà. Certo è più corretto dire che sono io ad aver spinto per questa opzione. Se proprio bisogna essere delusi, meglio almeno aver raggiunto il massimo dell’aspettativa. La replica a questo è nota: più alta l’aspettativa, più probabile la delusione… però io considero un altro fattore, la fortuna. Visto che mi sento fortunato, ho praticamente deciso di scommettere su quest’incontro, e le probabilità, a questo punto, non mi interessano.

«Che passioni hai?»

«Intendi il significato comune, inteso come “intenso sentimento”? Oppure passione nel senso di patimento?»

«Beh, in effetti entrambi…»

Stavo pensando a questo, alle mie passioni, alla risposta che ho dato e che mi sembrava troppo parziale e circoscritta, imprecisa. Seduto ad uno dei tavoli esterni del locale dove avevamo stabilito l’appuntamento, pensavo al modo in cui le avevo descritte, alle parole usate.

Ho sempre paura di sbagliare le parole che uso. Certo è una paura latente, che so tenere a bada, ma ne sono condizionato più di quanto vorrei. Quando dico qualcosa, ho sempre la precisa sensazione che le parole dette potranno essere interpretate in maniera differente da come la intendo, e per riuscire a conviverci mi rimetto alla fortuna che spetta ciascuno nell’ambito di una normale conversazione. Però certe volte la fortuna non basta, ed allora mi diventa evidente la distanza che intercorre fra le tre vite di una parola.

Esatto, tre vite: la prima è il significato proprio, la definizione del vocabolario che già tiene conto di usi e retaggi linguistici. Poi c’è il significato di cui noi graviamo ciò che pronunciamo, ovvero “ciò che vogliamo dire”: la parola arriva a racchiudere la nostra speranza di essere compresi attraverso lo sforzo della nostra ragione (più o meno impegnativo). Quindi le pronunciamo affidandole al mondo, onuste della nostra sensibilità, con destinazione l’altro, l’interlocutore più o meno attento. Questa meta mi porta quindi a pensare alla terza vita delle parole, quella più preoccupante: ciò che viene compreso da chi le ascolta. Perché ognuno è unico risultato di mille fattori, esperienze, discendenze, intelletto ed attitudine. Non può essere, e non è possibile pensare, che le parole che si pronunciano abbiano un effetto univoco, unico e certo e senza deviazioni. C’è chi capisce verità sepolte e nascoste, chi scopre pezzi di sé raccontati inconsapevolmente dall’altro, ma anche chi travisa suo malgrado, chi non afferra o chi semplicemente non vuol capire.

Immerso in questi pensieri vengo riscosso da un viso sorridente che cerca la mia attenzione con gli occhi. L’appuntamento era ai tavolini davanti il bar, e visto che ero l’unico seduto lì fuori ci riconoscemmo in un istante. Forse sarebbe successo comunque. Anche tra decine di persone in un locale affollato. Me ne rendo conto poco dopo aver messo a fuoco quel viso di un ovale quasi preciso ed occhi attenti, curiosi e nello stesso tempo circospetti. Segno, quest’ultimo, di chi si aspetta qualsiasi colpo dalla vita ma che unito alla luminosità interiore che traspare perfino nei suoi gesti, mi ha fatto capire che l’avrei riconosciuta in qualsiasi circostanza. Forse senza scambiarci nessuna parola, anche senza quell’appuntamento stabilito, avremmo riconosciuto l’uno nell’altra quella firma tipica di due persone affini, unite da quello strano filo d’argento che fa vibrare all’unisono le persone legate.

«Ciao!»

«Ciao…»

Le ora che seguirono furono, a quel che ricordo, un flusso costante di parole senza la paura di fraintendimenti. Ci aggiornammo, completamente e fin nei minimi dettagli, delle rispettive vite, dei nostri passati, dei sogni e delle aspettative.

Molti argomenti li avevamo già affrontati digitando sulla tastiera, ma ci trovammo a ripercorrere tutto con l’intima e gratificante sensazione di ascoltare le nostre voci, trovate per la prima volta ma scoperte subito amiche.

Ci trovammo, ci incontrammo, e fu immediatamente come se non fossimo mai stati separati.

Haiku

 

pianta in vasoPianta in vaso.

Senza acqua, ne luce,

fuori l’inverno.

***

alberoSolido tronco

conficcato nel ventre

di primavera.

***

OLYMPUS DIGITAL CAMERACentro vitale,

mi girano attorno

i girasoli.

***

fogliameScopro verità

che cadono furtive

come le foglie.

 

Trovo questo tipo di terzine molto belle e affascinanti, impossibile non cimentarsi.

Un saluto, d’ispirazione orientale. Max.

Quando le donne amano

Amano di più. Maggiore è il peso specifico.

Ogni uomo fortunato sa di cosa parlo, conosce quel momento di grandiosità capace di catapultare qualsiasi corpo inerte chiamato relazione in un turbinante infinito di caleidoscopica felicità.

Immagino, dunque, quando due donne si amano, la stessa fremente potenzialità esplosiva di un paio di placche continentali che spingono su un oceano di incandescente lava. Immagino enormi forze degne di antichi ciclopi e perduti titani che si contendono le attenzioni di ogni nervo ed ogni fibra nel più intimo dell’esistenza.

Immagino, per questo, quando due donne si amano, un equilibrio delicatissimo di nebulose profondità, capace però di unire indissolubilmente e di resistere ad enormi tensioni, inimmaginabili per chi, per natura, è costretto a passeggiare rasoterra sbirciando occhi al cielo tali vette.

Immagino, forse senza indovinare, quando due donne si amano e si spezza l’equilibrio che le legava, vibranti onde d’urto di sentimenti scossi. Intere e fondate esistenze scrollate e travolte, plasticamente terremotate su picchi di disperazione.

Immagino, inoltre, quando due donne che si amano smettono di amarsi, che come corde di chitarra spezzate, le due parti fanno un movimentato volo verso le estremità, lasciando svolgere ogni tensione e mentre si allontanano l’una dall’altra, ecco che trovano una forma diversa, altrettanto compiuta. Gran fracasso, danni e segni, interi mondi turbati e ristabiliti: evoluzione nella trasformazione.

Immagino, e spero anche, che il migliore degli amori possibili sia ancora possibile da sperimentare, e cercare e da tenersi stretto.

Immagino, e mi lascio convincere dalla mia immaginazione, che la grandezza descritta prima, se non è perfezione poco ci manca.

Ecco perché mi auguro, in questo galleggiante ed opaco mondo, ed auguro a chiunque, di amare come due donne si possono amare.

Questo pensiero lo dedico alla Giornata Internazionale contro l’Omofobia e la Transfobia. Di oggi 17 maggio. Perchè voglio vivere in un paese in un mondo civile, rispettoso di tutti e con tutti. Penso sinceramente che chiunque dica o sia convinto che l’omosessualità sia una malattia, o una condizione innaturale, sia una persona in malafede oppure consapevole di voler rimanere nell’ignoranza. L’ignoranza genera paura, e la paura violenza. La dignità della persona non può essere oggetto di discriminazione, o contrattazione, e non si può lasciare alla paura il compito di guidarci nelle nostre scelte.

Un saluto, consapevole del fatto che non c’è paura nell’amore. Max.