
Saltare con destrezza.
Evitare il muretto e correre via dove l’ombra è più lunga.
Scappare, fuggire anche solo dal ricordo di quella luce.
Ah!Che luce era! Ampia, calda e diffusa. Facile da trovare e impossibile da dimenticare in poco tempo. Illuminato da cotanta illuminazione era un dimesso angolo di mondo: un divano, due sedie e qualche altro corpo che riempiva lo spazio dove non c’èra solo aria.
Eccomi lì, poco prima di una corsa a perdifiato verso non ricordo più quale oblio, in piedi su un tappeto troppe volte calpestato, ad ascoltare, sigaretta spenta in mano, un lungo discorso di due semplici parole: vai via.
Mi sembra di essere stato ad ascoltare quella breve allocuzione per un tempo infinito, valutando tutte le possibili reazioni, mantenendo i muscoli del viso immobili, cercando di leggere tra le righe tutte le possibili implicazioni. Scoprirò solo molto tempo dopo di essere stato fermo non più di un secondo.
Ho alzato il braccio, a malapena conscio di avere in mano qualcosa, e l’ho fatto ruotare violentemente in avanti verso quelle due parole che non volevo sentire, quelle due parole già sentite troppe volte ed ogni volta per colpa mia. Violenza gratuita, infantile, fastidiosa, ma veloce, pentita di se stessa ancora prima dell’esaurirsi dell’inerzia del moto.
Sono scattato. Non ero teso come una corda di violino, ma sentivo di essermi girato con la velocità di una corda recisa.
Ho girato le spalle ad un viso dolorante e addolorato, e ad altri visi colpiti ma solo da un’immagine.
Quanto fiato ho buttato nella corsa di quella notte, quanti singhiozzi di rabbia ho masticato mentre cercavo un angolo di mente dove ricostruire quei, ora lo riconosco, decisivi minuti d’esistenza.
Per mia sciocca sfortuna trovai solo la via di una facile autoassoluzione, e quando ho smesso di gettare il cuore in veloci passi folli, ho cominciato a mettere un passo avanti all’altro verso nuove e sconosciute direzioni. Ho fatto una scelta assoluta, che avrei dovuto rivedere ma che ho di fatto reso irrevocabile: mi sono allontanato da quel viso, ancora giovane (ora lo noto) ma dolente. Non nel fisico, ma nella sicurezza di saper fare la cosa giusta ti ho ferito.
Ci siamo fraintesi una volta di troppo, e troppe volte in meno ci siamo vissuti. Distanti oltre ogni limite, benché i limiti siano fatti per essere superati. Sono fuggito senza essere inseguito.
Quanti errori abbiamo fatto? Non si può rispondere con precisione, ma se mai verrà stilata una lista, bisognerà aggiungerci quello che ho fatto oggi come ultimo errore che non avrei dovuto fare: tornare quando ormai è inutile.
Venire a salutarti al funerale.
Addio per sempre. Riposa in pace, tu che ora puoi.
Non è un racconto di fatti realmente accaduti, e non ho neanche voluto definire di che tipo di rapporto incompreso si tratti. Mi piaceva semplicemente l’idea di un rimorso espresso durante l’ultimo saluto. Un’immagine non molto originale, ma d’altronde sto prendendo confidenza con una scrittura diversa dalla poesia.
Un saluto. Max.

