Tu Non Mentirai – Thou Shalt Not Lie

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Tornando sul luogo del delitto

Pubblicato da Max su 11 Ottobre, 2009

<Se non ti dimentichi, mi cerchi quel foglio su cui era scritto quel numero di telefono?>

<Ora che mi hai detto “se non ti dimentichi”, sono costretto a non dimenticare quello che mi hai chiesto, e visto che non riuscirò a togliermelo dalla testa, molto probabilmente sarà una delle prime cose che farò non appena ci salutiamo.>

Avevo appena salutato il collega, diretto alla mia scrivania dove pensavo di rintracciare il foglietto di cui mi aveva chiesto. Dannato disordine! C’erano abbastanza fogli, su quella scrivania, da poterci scrivere sopra i promessi sposi in caratteri ampi e comodi. Quel foglietto non salta fuori, pazienza, riprovo più tardi.

Mi avvio per le scale dopo aver chiuso a chiave l’ufficio. Mi smarco con destrezza dalla visuale della porta della segreteria, per evitare che mi si scorga dall’interno. Salto i gradini a due a due e in 120 secondi netti entro con un sorriso nel bar sotto il palazzo.

La vita in fondo scorre semplice nel letto del comune senso pratico. Le cose che nessuno vuole fare, si cerca di evitarle, le cose che vogliono fare tutti, le evito per troppa fila. Faccio solo ciò che mi trovo a portata di mano e mi ritrovo spesso a fare cose che voglio fare solo io perché gli altri non sanno nemmeno cosa siano.

Cappuccino e cornetto. La relazione sul sopralluogo può attendere, niente di meglio di sani zuccheri, debitamente miscelati per cominciare una giornata. Il cellulare è sempre acceso. Purtroppo per contratto. Ottima tariffa, scheda aziendale. Un solo grande errore: ho dato il numero alla mia ragazza, che ovviamente era al corrente dell’impossibilità di poterlo spengere. Per i miei superiori devo essere sempre raggiungibile, come ogni altro collega, ma esserlo sempre anche per i familiari o per la mia ragazza può essere alle volte controproducente. Non sono un infedele. Non ho mai tradito, ma certe volte non essere raggiungibile, e giocare con il pensiero ozioso di tagliare i ponti con tutto e scomparire per sempre è piacevole. Poi squilla il telefono e si ricomincia.

<Pronto? >

<Dove sei? In ufficio ti ho cercato ma è chiuso, se sei su al personale ti raggiungo>

<Sono fuori ufficio, sì, poi ti dico, non sono al personale ma ci vediamo lì tra 5 minuti, devo fare un salto al centralino>

Al centralino ci passo davvero, così semmai qualcuno chiede, ho anche il motivo per non essere davanti al monitor del mio pc. Ci lavora un ragazzo simpatico, che approfitta degli ampi banconi ora vuoti che sostenevano grossi apparecchi ora sostituiti da agili tecnologie poco ingombranti. Si è attrezzato bene: valigetta con tutto l’occorrente, gomme colle solventi pinze scatolette e pennelli. Si fabbrica riproducendole le miniature che poi colora, e mi piace passare a guardare i suoi progressi. Non ci entra mai nessuno lì dai centralinisti, si fa prima a telefonare, e perciò si ritagliano spazi che i figli a casa non permettono più.

<Ah, c’è anche un fax per voi…>

L’alibi è perfetto adesso!

Il foglietto scopro che lo tenevo tra due pagine dell’agenda, e il numero che c’è sopra forse aiuterà a sveltire una certa pratica. Che poi sveltire sembra una di quelle cose all’italiana dove se conosci sveltisci e se non conosci aspetti all’infinito. Nonono. Bisogna proprio sveltire perché è un’emergenza. Una di quelle cose che nascono affrettate e urgenti, a ridosso di altri eventi che devono accadere ma che necessitano della pratica di cui sopra per vedere la luce. Però il responsabile non sono io. Non sono stato “taskato” per l’occasione. Non ho avuto l’incarico. Meglio così, il barista ringrazia.

<Ecco il numero che cercavi; mi è arrivato questo proprio adesso, forse ti serve>

Gli passo il fax appena avuto, davanti l’ufficio personale, e guardo la sua espressione mentre lo legge: tra il soddisfatto e il sollevato. Per un curioso errore del destino, avevo mandato una mail ad un tizio che non c’entrava nulla con quello che dovevo fare io, ma in cui chiedevo che si sveltisse, spiegavo l’urgenza e bla bla bla… mi sono reso conto solo dopo che non ero stato chiaro sull’oggetto, e dunque non mi aspettavo più nulla da quel sollecito (che tra l’altro poi ho scoperto non era nemmeno il destinatario giusto).

Era tuttavia l’interfaccia con cui avrebbe dovuto avere a che fare il mio collega tra poco, e avendo ricevuto una mail di sollecito un po’ vaga si era attivato per scoprire cosa era di così urgente che aveva chiesto il mio ufficio (inteso come sottoinsieme di persone) e aveva trovato solo la pratica semisepolta ma urgente da inoltrare e far procedere. In pratica: cappuccino, cornetto, due chiacchiere su modellini, e la gratitudine di un uomo che all’improvviso scopre di aver già finito di lavorare per quel giorno e senza stress. A cui va aggiunta la soddisfazione di leggere negli occhi di tutti gli altri una domanda: ma come ha fatto?

Torno ad aprire l’ufficio, smisto la posta, e provo a fare ordine sul tavolo. Do un’occhiata a qualche carta: veramente avrei dovuto rispondere a questa lettera già da due giorni?

Faccio una telefonata, chiedo ulteriori informazioni che la lettera non dava, spiego che erano necessarie per una esatta relazione sull’operazione richiesta, mi dicono attenda, non ce la facciamo per oggi, facciamo per la prossima settimana. Ok.

Soddisfatto chiudo l’ufficio, mi affaccio in segreteria e vengo placcato

<Mi può firmare questo?>

<Certo, avete trovato quei nomi per venerdì? No? Ok, vediamo, ditemi i presenti… vanno benissimo loro>

Dicendo che me ne sarei andato di sopra a trattare certe faccende, non visto sguscio fuori e me ne torno al bar per il sano panino meridiano. Squilla il cellulare.

<Dove sei?>

Ma che è, hanno tutti improvvisamente cominciato a spiarmi? Ogni volta che mi allontano un attimo vengo raggiunto al cellulare. La maggior parte della giornata la passo così, a smarcare tutti quelli che mi vogliono rinchiudere in ufficio. Sembro un sorvegliato speciale. Oppure lo sanno.

Sanno che passo volentieri il mio tempo al bar sotto il palazzone che mi piace guardare da fuori, ma eviterei volentieri di entrarci. Come la polizia che sorveglia il luogo dove si è svolto un delitto, per scoprire se il furfante si ripresenta. Con me vincono facile. Io sul luogo del delitto ci torno.

<Sono un attimo in copisteria, arrivo, ci vediamo al piano dell’amministrazione, mi devono dire una cosa sugli arretrati di maggio>

Saluto il barista, che ringrazia.

Si tratta di un racconto di fantasia, non si fa riferimento a cose, fatti o persone realmente accaduti. Se poi sono accaduti realmente, fatemelo sapere.

Un saluto. Max.

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Ogni venerdì

Pubblicato da Max su 8 Ottobre, 2009

Un racconto.

Ogni venerdì vado in viaggio dalla città dove lavoro a quella dove ho casa.

Ogni venerdì salgo sul treno e l’unica cosa che chiedo alla vita, per quelle 4 ore, è che non diventino 5 con qualche ritardo.

Ogni venerdì gioco con l’idea di stare facendo per l’ultima volta quel tragitto, pensando a cosa potrebbe rimanermi da portare via alla fine.

Ogni venerdì fuggo letteralmente, per essere il prima possibile a casa, dopo essere sceso alla stazione mi scaravento giù per i corti gradini con lo zainetto sulle spalle per non perdere l’autobus in coincidenza.

Ogni venerdì, arrivo davanti alla porta di casa. Davanti alla porta che, insieme a tutto il resto, finisco di pagare tra circa 19 anni, se tutto va come deve (certo che se va meglio finisco anche prima, ma ci conto poco).

Ogni venerdì entro in casa, e annuncio la mia presenza, la reazione è pressoché sempre identica: un lungo silenzio.

Mi avvio sempre con la massima attenzione, cercando di non fare rumori forti, pestando i piedi o urtando qualcosa. Un’abitudine di un tempo passato.

Entro nella stanza da letto, mi spoglio e sistemo gli abiti.

Ogni venerdì, mi aggiro per casa in mutande e mi guardo ogni angolo, riconoscendo le molte cose che mi sono familiari. Che ormai sono familiari solo a me, e nessun’altro le riconoscerà mai più.

Ogni venerdì mi fermo in mezzo alla sala, la guardo per quello che è: riempita solo del vuoto che ormai mi porto sempre dietro. E piango.

Oggi è venerdì, e tra poco partirò. Mi si è avvicinata una persona, una perfetta sconosciuta che mi ha detto: perché non giochi con me?

Una bambina. La madre poco distante. Le ho risposto che non potevo e che stavo per partire, e lei mi ha risposto: partire? Per dove? Qui c’è tutto!

Questo venerdì sarà diverso. Oggi non vado a casa. Oggi resto qui. Oggi vado in un parco. Già so che piangerò, ma a casa, oggi, non voglio andare.

Tutto questo non è riferito a fatti, cose o persone realmente esistenti. Mi piace calarmi nel personaggio, ogni tanto.

Un saluto. Max.

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Nemmeno nei film

Pubblicato da Max su 31 Gennaio, 2009

In giro per la città. In auto per le vie a doppio senso di questa città che il senso lo sta perdendo.
Girando per la via che mi avrebbe immesso sulla strada dove abito, ho assistito ad una scena breve ma interessante.
Io vi ho assitito brevemente, ma probabilmente era l’epilogo di una lunga discussione.

Auto ferma in doppia fila con le quattro frecce accese; un ragazzo alto e di bell’aspetto sta scendendo e con lo sportello
occupa tutta la corsia, questo mi constringe ad aspettare quell’attimo in più dietro la sua macchina verde per cogliere
la scena che stava avendo luogo:
Lui si gira con la faccia dura e alzando la mano indirizzata verso chi occupa il sedile del passeggero pronuncia delle semplici
parole <ma tu, che vuoi da me?>
Si gira, molto virilmente e si allontana, mentre io riesco ad oltrepassare l’ostacolo sulla carreggiata e mentre passo noto la faccia attonita
di una bella ragazza dai capelli scuri che guarda fissa il punto dove è scomparso da poco meno di un momento il bel ragazzo dal cappotto grigio.

Non saprò mai chi fossero quei due, come nemmeno saprò mai se troveranno un modo per fare pace… ma è stata una scena di una intensità
rara.
Non sono un guardone, uno di quelli che s’impicciano dei fatti privati degli altri, ma alle volte basta un dettaglio per avere tutta la mia attenzione.
Spesso, come in questo caso, ho scoperto un momento intenso come solo certi film di classe sanno realizzare.
La bellezza della realtà si rende evidente nel momento in cui si può commentare qualcosa accaduto nel tragitto casa-supermercato-casa con parole come queste:
nemmeno nei film.

Un saluto. Max.

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