Sanuki Udon
Pubblicato da Max su 17 dicembre, 2011
Eccoci li, sotto l’ufficio. L’ho aspettata e siamo andati a mangiare in quel famoso ristorante giapponese, quello chic con l’aria minimal (ma forse si dice zen?).
Niente prenotazione ma il tavolo si trova, a ridosso della saletta con vetrina lungo strada, vicino l’angolo del muro.
Subito dietro il muro, un fastidioso e rumoreggiante veneto al tavolo con qualche amico o parente, non saprei dire, faceva molto rumore nemmeno fosse in una trattoria. Risate sguaiate con cui rendeva partecipe tutto il locale di ciò che lo divertiva, alte citazioni (nel senso del tono di voce) su argomenti ineffabili o incomprensibili. Ne avrei fatto volentieri a meno.
All’improvviso l’illuminazione: quella voce la riconosco e riesco ad associarla all’ex ministro della Funzione Pubblica… Un’occhiata al volto non riesco a darla, ma ecco avvicinarsi attraverso il corridoio, in perfetta linea di visuale, due facce che purtroppo riconosco subito: la coppia savoia (col minuscolo volontario), quella senior, che svolta l’angolo del muro e saluta il “carissimo professore”.
La rumorosità del tavolo non cambia, cambiano leggermente gli argomenti e sento anche, mio malgrado, commenti ad alcuni libri di letteratura recente (non particolarmente chic ma che fa?).
La nostra cena procede normalmente, ignorando presto il fastidioso sottofondo.
Mangiamo i nostri spaghetti di farina bianca in brodo caldo, godendoci il momento di trascurabile felicità di poter mangiare un buon piatto caldo durante una serata piovosa.
Poi mi viene in mente la situazione attuale, la crisi, le menzogne e gli insulti che la gente seduta al tavolo dietro l’angolo ci ha riversato addosso ogni volta che ha potuto o gli è convenuto, e allora il mio Sanuki Udon è diventato un po’ meno buono, amareggiato da un sacco di pensieri in merito a quel confine tra servizio pubblico, onestà e i tanti sprechi che non dovrebbero fare parte del sistema.
Conto, cappotto e poi caffè in un buon bar dei paraggi. Serata piacevole, tutto sommato, ma con quel retrogusto amaro che, forse, c’era già prima e rimarrà per molto ancora.
Un saluto. Max.
