Tu Non Mentirai – Thou Shalt Not Lie

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Archivio per Ottobre 2009

Finalmente, in questo vento

Pubblicato da Max su 17 Ottobre, 2009

Vento rosso - Maurizio gagno

Vento rosso - Maurizio gagno

Rossi venti si scambiano saluti.

Scarmigliati passanti s’affrontano e si superano.

Libero, nell’aria, tutto ciò che vedo;

mi libero, nell’aria,

di tutto ciò che ha un peso.

Mi sciolgo, finalmente nel suo canto,

scompaio, lentamente, in questo vento.

A prestare attenzione, si può ascoltare di tutto nel canto del vento, perfino se stessi.

Un saluto. Max.

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Tornando sul luogo del delitto

Pubblicato da Max su 11 Ottobre, 2009

<Se non ti dimentichi, mi cerchi quel foglio su cui era scritto quel numero di telefono?>

<Ora che mi hai detto “se non ti dimentichi”, sono costretto a non dimenticare quello che mi hai chiesto, e visto che non riuscirò a togliermelo dalla testa, molto probabilmente sarà una delle prime cose che farò non appena ci salutiamo.>

Avevo appena salutato il collega, diretto alla mia scrivania dove pensavo di rintracciare il foglietto di cui mi aveva chiesto. Dannato disordine! C’erano abbastanza fogli, su quella scrivania, da poterci scrivere sopra i promessi sposi in caratteri ampi e comodi. Quel foglietto non salta fuori, pazienza, riprovo più tardi.

Mi avvio per le scale dopo aver chiuso a chiave l’ufficio. Mi smarco con destrezza dalla visuale della porta della segreteria, per evitare che mi si scorga dall’interno. Salto i gradini a due a due e in 120 secondi netti entro con un sorriso nel bar sotto il palazzo.

La vita in fondo scorre semplice nel letto del comune senso pratico. Le cose che nessuno vuole fare, si cerca di evitarle, le cose che vogliono fare tutti, le evito per troppa fila. Faccio solo ciò che mi trovo a portata di mano e mi ritrovo spesso a fare cose che voglio fare solo io perché gli altri non sanno nemmeno cosa siano.

Cappuccino e cornetto. La relazione sul sopralluogo può attendere, niente di meglio di sani zuccheri, debitamente miscelati per cominciare una giornata. Il cellulare è sempre acceso. Purtroppo per contratto. Ottima tariffa, scheda aziendale. Un solo grande errore: ho dato il numero alla mia ragazza, che ovviamente era al corrente dell’impossibilità di poterlo spengere. Per i miei superiori devo essere sempre raggiungibile, come ogni altro collega, ma esserlo sempre anche per i familiari o per la mia ragazza può essere alle volte controproducente. Non sono un infedele. Non ho mai tradito, ma certe volte non essere raggiungibile, e giocare con il pensiero ozioso di tagliare i ponti con tutto e scomparire per sempre è piacevole. Poi squilla il telefono e si ricomincia.

<Pronto? >

<Dove sei? In ufficio ti ho cercato ma è chiuso, se sei su al personale ti raggiungo>

<Sono fuori ufficio, sì, poi ti dico, non sono al personale ma ci vediamo lì tra 5 minuti, devo fare un salto al centralino>

Al centralino ci passo davvero, così semmai qualcuno chiede, ho anche il motivo per non essere davanti al monitor del mio pc. Ci lavora un ragazzo simpatico, che approfitta degli ampi banconi ora vuoti che sostenevano grossi apparecchi ora sostituiti da agili tecnologie poco ingombranti. Si è attrezzato bene: valigetta con tutto l’occorrente, gomme colle solventi pinze scatolette e pennelli. Si fabbrica riproducendole le miniature che poi colora, e mi piace passare a guardare i suoi progressi. Non ci entra mai nessuno lì dai centralinisti, si fa prima a telefonare, e perciò si ritagliano spazi che i figli a casa non permettono più.

<Ah, c’è anche un fax per voi…>

L’alibi è perfetto adesso!

Il foglietto scopro che lo tenevo tra due pagine dell’agenda, e il numero che c’è sopra forse aiuterà a sveltire una certa pratica. Che poi sveltire sembra una di quelle cose all’italiana dove se conosci sveltisci e se non conosci aspetti all’infinito. Nonono. Bisogna proprio sveltire perché è un’emergenza. Una di quelle cose che nascono affrettate e urgenti, a ridosso di altri eventi che devono accadere ma che necessitano della pratica di cui sopra per vedere la luce. Però il responsabile non sono io. Non sono stato “taskato” per l’occasione. Non ho avuto l’incarico. Meglio così, il barista ringrazia.

<Ecco il numero che cercavi; mi è arrivato questo proprio adesso, forse ti serve>

Gli passo il fax appena avuto, davanti l’ufficio personale, e guardo la sua espressione mentre lo legge: tra il soddisfatto e il sollevato. Per un curioso errore del destino, avevo mandato una mail ad un tizio che non c’entrava nulla con quello che dovevo fare io, ma in cui chiedevo che si sveltisse, spiegavo l’urgenza e bla bla bla… mi sono reso conto solo dopo che non ero stato chiaro sull’oggetto, e dunque non mi aspettavo più nulla da quel sollecito (che tra l’altro poi ho scoperto non era nemmeno il destinatario giusto).

Era tuttavia l’interfaccia con cui avrebbe dovuto avere a che fare il mio collega tra poco, e avendo ricevuto una mail di sollecito un po’ vaga si era attivato per scoprire cosa era di così urgente che aveva chiesto il mio ufficio (inteso come sottoinsieme di persone) e aveva trovato solo la pratica semisepolta ma urgente da inoltrare e far procedere. In pratica: cappuccino, cornetto, due chiacchiere su modellini, e la gratitudine di un uomo che all’improvviso scopre di aver già finito di lavorare per quel giorno e senza stress. A cui va aggiunta la soddisfazione di leggere negli occhi di tutti gli altri una domanda: ma come ha fatto?

Torno ad aprire l’ufficio, smisto la posta, e provo a fare ordine sul tavolo. Do un’occhiata a qualche carta: veramente avrei dovuto rispondere a questa lettera già da due giorni?

Faccio una telefonata, chiedo ulteriori informazioni che la lettera non dava, spiego che erano necessarie per una esatta relazione sull’operazione richiesta, mi dicono attenda, non ce la facciamo per oggi, facciamo per la prossima settimana. Ok.

Soddisfatto chiudo l’ufficio, mi affaccio in segreteria e vengo placcato

<Mi può firmare questo?>

<Certo, avete trovato quei nomi per venerdì? No? Ok, vediamo, ditemi i presenti… vanno benissimo loro>

Dicendo che me ne sarei andato di sopra a trattare certe faccende, non visto sguscio fuori e me ne torno al bar per il sano panino meridiano. Squilla il cellulare.

<Dove sei?>

Ma che è, hanno tutti improvvisamente cominciato a spiarmi? Ogni volta che mi allontano un attimo vengo raggiunto al cellulare. La maggior parte della giornata la passo così, a smarcare tutti quelli che mi vogliono rinchiudere in ufficio. Sembro un sorvegliato speciale. Oppure lo sanno.

Sanno che passo volentieri il mio tempo al bar sotto il palazzone che mi piace guardare da fuori, ma eviterei volentieri di entrarci. Come la polizia che sorveglia il luogo dove si è svolto un delitto, per scoprire se il furfante si ripresenta. Con me vincono facile. Io sul luogo del delitto ci torno.

<Sono un attimo in copisteria, arrivo, ci vediamo al piano dell’amministrazione, mi devono dire una cosa sugli arretrati di maggio>

Saluto il barista, che ringrazia.

Si tratta di un racconto di fantasia, non si fa riferimento a cose, fatti o persone realmente accaduti. Se poi sono accaduti realmente, fatemelo sapere.

Un saluto. Max.

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Per sempre ma non ancora

Pubblicato da Max su 8 Ottobre, 2009

Ascolto il pigolio del vento tra le pieghe di questa vecchia casa che mi ospita.

Altri silenzi accompagnano i mie tormenti.

Mi libero del mio tempo con rammarico, a poco a poco,

un attimo alla volta, alla spicciolata.

Aspetto, aspetto, e aspetto ancora.

In tardiva attesa di una luce che fu splendente, ma non più.

Finalmente cerco ciò che m’attende da sempre, inseguo quello che sarà mio per sempre.

Rassegnato e stanco, me ne andrò. Insoddisfatto e triste.

Me ne andrò per sempre, ma non ancora.

Un saluto. Max.

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Ogni venerdì

Pubblicato da Max su 8 Ottobre, 2009

Un racconto.

Ogni venerdì vado in viaggio dalla città dove lavoro a quella dove ho casa.

Ogni venerdì salgo sul treno e l’unica cosa che chiedo alla vita, per quelle 4 ore, è che non diventino 5 con qualche ritardo.

Ogni venerdì gioco con l’idea di stare facendo per l’ultima volta quel tragitto, pensando a cosa potrebbe rimanermi da portare via alla fine.

Ogni venerdì fuggo letteralmente, per essere il prima possibile a casa, dopo essere sceso alla stazione mi scaravento giù per i corti gradini con lo zainetto sulle spalle per non perdere l’autobus in coincidenza.

Ogni venerdì, arrivo davanti alla porta di casa. Davanti alla porta che, insieme a tutto il resto, finisco di pagare tra circa 19 anni, se tutto va come deve (certo che se va meglio finisco anche prima, ma ci conto poco).

Ogni venerdì entro in casa, e annuncio la mia presenza, la reazione è pressoché sempre identica: un lungo silenzio.

Mi avvio sempre con la massima attenzione, cercando di non fare rumori forti, pestando i piedi o urtando qualcosa. Un’abitudine di un tempo passato.

Entro nella stanza da letto, mi spoglio e sistemo gli abiti.

Ogni venerdì, mi aggiro per casa in mutande e mi guardo ogni angolo, riconoscendo le molte cose che mi sono familiari. Che ormai sono familiari solo a me, e nessun’altro le riconoscerà mai più.

Ogni venerdì mi fermo in mezzo alla sala, la guardo per quello che è: riempita solo del vuoto che ormai mi porto sempre dietro. E piango.

Oggi è venerdì, e tra poco partirò. Mi si è avvicinata una persona, una perfetta sconosciuta che mi ha detto: perché non giochi con me?

Una bambina. La madre poco distante. Le ho risposto che non potevo e che stavo per partire, e lei mi ha risposto: partire? Per dove? Qui c’è tutto!

Questo venerdì sarà diverso. Oggi non vado a casa. Oggi resto qui. Oggi vado in un parco. Già so che piangerò, ma a casa, oggi, non voglio andare.

Tutto questo non è riferito a fatti, cose o persone realmente esistenti. Mi piace calarmi nel personaggio, ogni tanto.

Un saluto. Max.

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Lasciami cadere

Pubblicato da Max su 7 Ottobre, 2009

una mano che non verrà afferrata

Lasciami cadere.

Lasciami scivolare sul ghiaccio dei tuoi sentimenti.

Lasciami tendere una mano che non verrà afferrata.

Ma lasciati chiamare.

Permettimi di continuare a cercare il tuo nome,

sui volti e tra la gente.

Permettimi di vivere con il tuo ricordo

stretto al petto.

Permettimi di scaldare i miei occhi

Con il corruscante ricordo dei tuoi gesti.

Sistemo la mia vita in base a ciò che conosco di te.

Organizzo i miei pensieri sugli schemi del tuo sorriso.

Penso a te anche quando non dovrei.

Penso a come ti fa piacere quando ti puoi abbandonare nelle braccia di un po’ di oscurità complice.

Penso a quando ci siamo persi in un mondo infinito dal respiro corto e voci sussurrate.

Penso a te, a quanto sai offrire ad ogni occhio attento, e che riesci ad affascinare anche l’osservatore distratto.

Penso a quanto potrei essere distrutto dal non poter più pronunciare il tuo nome. Penso a quanto mi confinerebbe in basso, sotto cumuli delle macerie dei miei sentimenti, essere privato del tuo nome. Mi basta continuare a poterti chiamare.

Mi basta poco per essere felice.

Mi serve ancora troppo per riuscire a dimenticarti.

Tutto questo non è riferito a fatti, cose o persone realmente esistenti. Mi piace calarmi nel personaggio, ogni tanto.
Un saluto. Max.

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